Una nuova economia per un nuovo mondo

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Negli ultimi anni, anni in cui in tutto il mondo ha imperato il capitalismo, sembra normale parlare di massimizzare il profitto, ridurre i costi, aumentare il fatturato, eliminare gli sprechi, aumentare il margine di redditività, ridurre l’incidenza del costo del personale, distribuire dividendi il più succosi possibile. Certo, nell’era del capitalismo, tutti vogliono la ricchezza, tutti vogliono di più e ancora di più, pensando che così facendo saranno anche più felici. Ma è proprio così? Analizziamo un attimo la questione.

Maggior benessere economico non significa maggior ben-essere
Negli ultimi decenni, diciamo dal secondo dopoguerra in poi, il tenore di vita in Occidente è via via cresciuto. E’ aumentata l’occupazione, sono aumentati gli stipendi. E’ aumentato il cosiddetto “benessere”. Ben-essere, significa stare bene. Ma come mai se è aumentato il benessere, nello stesso arco di tempo sono aumentati i tumori, le malattie psichiatriche, i problemi cardiaci? Insomma, voglio dire, lo stato generale di salute delle persone non è propriamente idilliaco. Quel che maggiormente si nota è, tuttavia, lo stato d’animo ingrigito della popolazione. Non c’è molta verve, gioia, felicità. A mio avviso il modello economico che abbiamo adottato dal secolo scorso in poi è piuttosto fallimentare se lo valutiamo in termini di ben-essere e non in termini meramente economici. Ovvio che se consderiamo solo la ricchezza materiale è evidente che i miei genitori e pure i miei nonni hanno “battuto” alla grande le generazioni precedenti, costrette, queste ultime, a vivere di lavori umili, presumibilmente in campagna, senza speranza alcuna di accumulare risparmi da poter investire per arricchirsi e comperare oggetti per incrementare il proprio status sociale. Dagli anni ’60 in poi è stato possibile per tutti poter avere una o più auto, una o più case, gli elettrodomestici, la TV, il PC, il Wi-Fi, il cane, la vacanza al mare, quella in montagna, la crociera, il viaggio in aereo, la palestra, il corso di fitness, di chitarra, di inglese, la scuola, l’Università e via discorrendo.
Ma com’è il nostro benessere? QUello interiore intendo.. è aumentato? SIamo felici? Quante volte ridiamo o sorridiamo in una giornata? E quando siamo a lavoro? QUante volte ridiamo? Quante volte ci sentiamo leggeri come quando eravamo dei bambini? Quante volte ci rilassiamo? QUante volte pensiamo al domani con positività? QUante volte facciamo ciò che ci piace?

Kennedy già lo diceva, lo hanno fatto fuori
Dovremmo chiederci come mai il nostro stile di vita è così stressante e stressogeno.
Già negli anni ’60 Bob Kennedy criticava il fatto che il Pil fosse l’indicatore di benessere più utilizzato in Occidente, sostenendo che esso misura solo i termini economici della vita ma non quelli del reale ben-essere, quello vero, quello dell’anima e che nulla c’entra con i soldi. Ecco qui il suo celebre discorso molto duro nei confronti del Pil, che tenne in università il 18 marzo del 1968, tre mesi prima di cadere vittima in un attentato a Los Angeles, all’indomani della sua vittoria nelle elezioni primarie di California e Dakota del Sud. Stessa sorte toccata a suo fratello JFK. Evidentemente entrambi erano troppo avanti e troppo “illuminati” per poter governare una potenza capitalistica come gli USA.

«Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni terreni. Il nostro Pil ha superato 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel PIL – se giudichiamo gli USA in base ad esso – comprende anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità per le sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini.Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Comprende le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l’intelligenza del nostro dibattere. Il Pil non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in poche parole, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani».

Il fallimento delle teorie capitalistiche
Occorre, dunque, un nuovo paradigma nelle nostra economia. La mano invisibile di Adam Smith, padre fondatore del capitalismo ha fallito. La libertà economica alla base del sistema ha letteralmente ingabbiato gli uomini del mondo intero. Doveva liberarci, ci ha ingabbiato. Ci siamo ingabbiati a causa della nostra avidità nel voler ottenere sempre di più. Anche la teoria del moltiplicatore di Keynes, anch’essa pilastro fondamentale dell’economia di capitale, ha fallito. John Maynard Keynes sosteneva che era sufficiente incrementare la spesa pubblica per innescare un meccanismo virtuoso in cui sarebbero aumentati i consumi a beneficio dell’intero sistema economico. Egli sosteneva che lo Stato avrebbe dovuto impiegare i disoccupati per scavare delle buche (che non avevano aluna utilità, erano buche fine a sè stesse), per poi richiuderle il giorno successivo. QUesto apparente spreco di risorse economiche avrebbe innescato una spirale positiva, in quanto lo stipendio ricevuto da questi lavoratori (per un lavoro inutile) avrebbe aumentao il loro potere d’acquisto e quindi avrebbe rilanciato i consumi, generando effetti benefici su tutto il sistema.

Occorre un nuovo paradigma
A mio avviso, non dovremmo più appellarci al dio denaro quando ci lanciamo in un’inizativa economica. Non basta, cioè, che i ricavi superino i costi. Occorre che il progetto sia innazittutto sostenibile per l’ambiente. Più che al dio denaro, dovremmo chiedere a Madre Terra se la produzione che intendiamo iniziare sia sostenibile. E’ possibile realizzarla senza depauperare il già depauperato pianeta? E’ possibile realizzarlocon risorse rinnovabili? RInnovabili in quanti anni (o secoli o millenni)? Inquina? E’ un bene-servizio realmente necessario? E ancora: i lavoratori sono tutelati e percepiscono il giusto compenso? Sì? Bene allora il progetto è utile e realizzabile. No? Bene, allora non è proprio il caso di metterlo in cantiere.

Utopia? Ai posteri l’ardua sentenza.

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Consulente in Naturopatia e Consulente Scientifico del Comportamento Alimentare ex art. 2222 e segg. c.c.