La felicità non si trova. La felicità è già qui

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La felicità, questa chimera: tutti la cercano, pochi la trovano e quando l’hai trovata scopri che è come la sabbia che ti scivola tra le dita e dopo un po’ ce n’è meno o non c’è più. Poi torna e non sai quanto dura. E nel momento che pensi che vuoi godertela non c’è più! Ma dov’è che sta questa felicità? Penso che essa sia ciò che tutti cercano, quello che di più prezioso possa esistere. Qualche attimo di felicità è più prezioso di tutto l’oro del mondo. La felicità non è una merce, non puoi immagazinarla. A volte c’è, a volte non c’è. La vera sfida è essere felici a lungo termine. Come si fa?
Penso che la felicità non si cerchi. La felicità c’è già dentro di noi. E’ uno stato latente in ogni essere umano. Non occorre aggiungere nulla nella nostra vita per essere felici. Casomai è il caso di togliere il superfluo. Quando togli ciò che non serve, che appesantisce, che toglie energia, beh, scopri che sotto sotto c’è una sensazione di benessere incredibile. La cosa buffa è che è sempre stato lì, solo che non potevi vederlo, nè sentirlo. Era sommerso da una serie di emozioni e di pensieri. Più togli il superfluo, più trovi la felicità. A forza di scavare nell’inutilità emozionale e mentale, troverai il tesoro. Parole d’ordine: togliere. Abbiamo passato una vita ad aggiungere: prima giocattoli, poi nozioni, poi titoli di studio, poi aspettative, oggetti, pensieri, modi di dire, modi di pensare, relazioni, attaccamenti. Più vai avanti e più aggiungi. Fino all’apatia. Le persone sono piene di cose e non sono felici. E’ d’obbligo una riflessione. Chi ha visitato il Terzo Mondo ha visto molte persone felicissime anche se poverissime. Persone che non hanno nulla di materiale se non quattro stracci da mettersi addosso e un pugno di riso al giorno, ma che sorridono a 32 denti, che sono felicissime di vivere. Queste sono lezioni d’oro per noi occidentali che abbiamo tutto quanto serva alla nostra materialità, ma il nostro spirito è invece molto povero, arido. Non sorridiamo, non ridiamo. C’è qualcosa che non va.
La felicità emerge quando eliminiamo ciò che è, per essa tossico. Quando allontaniamo da noi persone tossiche, ambienti tossici, lavori tossici, pensieri tossici. Quando lo facciamo si apre un varco di luce e benessere. Iniziamo a sentire qualcosa all’altezza dello stomaco e del cuore. E’ una sensazione di leggerezza, di benessere. E’ una sensazione meravigliosa, simile a quella dell’ultimo giorno di scuola. La buona notizia è che è alla portata di tutti, anche in età adulta. La felicità è una “cosa” dell’anima. L’infelicità è dell’ego. Se diamo spazio e quest’ultimo la felicità va a farsi benedire. L’ego ci fa fare carriere che in realtà non vogliamo, matrimoni che in realtà non vogliamo, competizioni che ci avvelenano, ci fa frequentare persone che non sono in risonanza con noi. L’ego annienta la felicità, lui ci vuole tristi ed infelici. La nostra anima, invece, esprime felicità. Ad una condizione: va ascoltata. La notra anima, il nostro cuore, ci indica sempre la strada giusta. Se la ascoltiamo, raggiungiamo la felicità, almeno fintantochè non decidiamo di badare nuovamente ai pensieri della mente impazzita. E allora ci sfuggirà nuovamente.
Pensa a quando eri un bambino. Eri felice con poco. Non avevi un lavoro, non avevi una fuoriserie, non viaggiavi, non avevi donne, nè case, non avevi nulla. Eppure ti bastava un abbraccio di mamma ed eri felice. Sì certo, i bambini occidentali sono comunque bambini ricchi, con un sacco di oggetti e giocattoli già dalla prima infanzia. Ma tutti i bambini del mondo sprizzano gioia e felicità da tutti i pori. Quando la mamma li chiama perchè è pronto in tavola, loro non verrebbero mai perchè si stanno divertendo un mondo a giocare. Il gioco. Il gioco è quello che manca agli adutli. Gli adulti dovrebbero giocare, non lavorare. Il lavoro dovrebbe essere un gioco. Basterebbe poco: uno spirito più vivo, un modo più autentico di sperimentare la vita. Il lavoro è una schiavitù, fintantochè lo viviamo come tale. Potremmo benissimo divertirci lavorando, basta avere attorno a sè le persone giuste e con il cuore aperto. Chi ha detto che dobbiamo per forza competere nel lavoro? Chi ha detto che dobbiamo stressarci a lavoro? Chi ha detto che un dipendente serio, triste e stressato produce di più di uno felice che ride, scherza, canta e, perchè no, gioca durante il lavoro? Dovremmo prenderci tutti meno sul serio, come fanno i bambini. Anche Gesù Cristo, alla domanda dei suoi discepoli: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?», chiamato a sè un bambino, disse: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me (Matteo 18, 1-5). Il messaggio è chiaro: la vita va vissuta con leggerezza! In fondo, la vita è un bellissimo gioco.


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Consulente in Naturopatia e Consulente Scientifico del Comportamento Alimentare ex art. 2222 e segg. c.c.