Il mal di vivere ha preso anche Superman; Buffon racconta come ne è uscito

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Ragazzi, vorrei condividere con voi questo post. Parla di SuperGigi Buffon e del suo “periodo oscuro”, tra il 2004 ed il 2005, in cui qualcosa non andò per il verso giusto. Anche lui, numero uno di una delle squadre più titolate al mondo oltre che della Nazionale, bello, ricco e famoso, avvertì un vuoto interiore. Il mal di vivere, la depressione, prese anche SuperGigi in quei mesi oscuri. Come vedremo in altri post, Buffon non è un caso isolato tra gli sportivi di successo. Anche loro, come tutti noi sono sottoposti a certi stress (a dire il vero anche a stress di molto superiori alla media) e a certe aspettative. E’ più che comprensibile, quindi, che ad un certo punto possano avere difficoltà a sostenere il peso del successo e della fama.


Ma se succede ai campioni dello sport e alle persone del jet set internazionale, capite bene che, a maggior ragione, può capitare a noi comni mortali! Quindi non c’è nulla di male se qualcuno, un giorno comincia a sentirsi male, depresso, vuoto. L’importante, a mio avviso, è non lasciarsi andare ed essere consapevoli che dalla depressione si può guarire, anche senza farmaci ed in modo naturale!

Dice Buffon: “Era il 2004. Nell’ultimo anno avevo perso la gioia di vivere. Ero costretto a far convivere forzatamente il mio malessere e il fatto di dover fornire prestazioni elevate sul campo per non creare danni alla Juventus e all’Italia. Quello stato di me mi accompagnava nel baratro di mille domande: Perché proprio a me? Ma non sono bello, ricco e famoso?”

Poi, un giorno, a dare una scossa al portiere è una visita alla Galleria d’Arte Moderna a Torino. E più precisamente, la vista del quadro di Chagall La Passeggiata:

“Per qualche minuto mi ha reso contento. Quel quadro mi ha insegnato che anche le piccole cose avrebbero potuto, piano piano, trascinarmi fuori da quella melma. Ho iniziato a leggere tanti libri e mi sono anche iscritto a un corso di chitarra”

Decide di raccontarsi partendo dal fondo, Gigi Buffon, da quel «buco nero dell’anima» che lo inghiottì per sei mesi, «dal dicembre 2003 al giugno 2004». Senza tanti giri di parole: «Sono caduto in depressione, sono stato in cura da una psicologa». Filava tutto storto: «Non ho mai capito perché proprio allora, perché non prima, perché non dopo». L’unica certezza, era sbagliata: «Non ero soddisfatto della mia vita e del calcio, cioè del mio lavoro. Mi tremavano le gambe all’improvviso». Anche il portiere più forte del pianeta può ritrovarsi nell’abisso. Sempre «all’improvviso», riemerse, «proprio là dove avevo paura di andare, agli Europei in Portogallo». Durante Italia-Danimarca, «una partita orrenda»: difatti, «ero l’unico che sorrideva». Da lì fa iniziare la sua storia, srotolata nelle 178 pagine di “Numero 1”, l’autobiografia pubblicata ora da Rizzoli (16 euro), insieme al giornalista del Corriere della Sera Roberto Perrone.

Gigi Buffon, che le era successo?
«È stato un periodo molto cupo, davvero. Perché poi io sono una persona solare, ottimista, molto altruista. Ma quando vivi una cosa simile, è chiaro che queste qualità vanno a farsi benedire, per parlar chiaro».

Ha scritto: «Era come se la mia testa non fosse mia, ma di qualcun altro, come se fossi continuamente altrove».
«Devi convivere con un Gigi nel quale non ti rispecchi. E finché non ti accade, non capisci l’importanza della situazione.
Pensare che, da ragazzo, nella mia inconsapevolezza, mi chiedevo come facessero le persone ricche, o normali, a cadere in depressione».

Quattrini e fama non le mancavano.
«Infatti. Allora lo capisci, che sono tutti discorsi sciocchi e superficiali. Perché ci possono essere mille motivi: anche se sei ricco e acclamato, poi questa condizione diventa la norma. E come tutti, che hanno lavori diversi, può capitare che venga a mancarti uno stimolo, o che tu non sia soddisfatto della tua vita».

Per esempio?
«Magari perché ti accorgi che non riesci a trovare la donna giusta, o non riesci a vincere la Coppa dei campioni. Oppure non riesci ad apprezzare quello che hai. Allora ti fermi e vieni sommerso da dubbi e da pensieri: ed è un attimo cadere nella depressione. È stato davvero un periodo brutto».

Cosa s’aggira per la mente?
«Ricordo che mi dicevo: “Ma che cosa me ne frega di essere Buffon?” Perché poi alla gente, ai tifosi, giustamente, non importa un cavolo di come stai. Vieni visto come il calciatore, l’idolo, per cui nessuno ti dice: “Ehi, come stai?”».

Inseguito dalle folle, ma solo.
«Tutti ti dicono le stesse cose: dai, forza Gigi, mi raccomando, la partita, mercoledì, domenica. Sai, ti ho visto a Paperissima. Ci fosse uno che ti chiedesse: “Scusa, ma ti è successo qualcosa?”»

Chi la salvò?
«Se hai una famiglia e dei rapporti importanti, e per fortuna io li ho, sono gli unici che ti possono dare una mano».

Andò anche da uno psicologo.
«Vero, ed è un’altra cosa che ho rivalutato. Pensavo fossero figure che rubassero, tra virgolette ovviamente, soldi agli insicuri. Invece sono persone che servono, perché se ne trovi uno bravo e capace, trovi una figura con la quale non hai paura a confrontarti. Parli di tutto, ti apri, senza il minimo timore: e farlo non è mai facile».

Mai pensato di mollare il pallone?
«Sai cosa pensi in quei momenti? “Ma porca puttana, perché sono Gigi Buffon, il calciatore conosciuto?” Perché finisce che, a volte, diventi schiavo della tua figura, di quello che sei. Se Buffon dice: “Vado due mesi via, a curarmi la depressione”, è finita. Dopo, ogni volta che sbagli, una parata per esempio, ci sarà sempre il richiamo di questa cosa. Allora non ti puoi permettere di andare via tre mesi per curarti».

Cita Marilyn Monroe: «Meglio piangere su una Rolls Royce che in un tram affollato», dicendo, però, che aveva torto.
«A parte che io giro con una 500, neanche mia, ma della Juve. Voglio dire che materialmente non mi mancava nulla, ma poi capisci che oltre alle cose, ci devono essere dei valori morali, affettivi, religiosi. Quando ti mancano, rischi».

Una «storia nera» da cancellare?
«Premessa: tutte le disavventure che ho avuto, alcune cercate con consapevolezza, se vogliamo, le ho sempre pagate, ci ho messo la faccia. Però ne vorrei cancellare una, quella del diploma comprato: fu un gesto di slealtà nei confronti degli altri e io di solito sono molto leale. Anche nei confronti dei miei genitori, che sono pure professori: il figlio che compra il diploma non è proprio il top».

Nel libro Buffon racconta anche la sua partita più difficile. Contro la Reggina, il 15 febbraio 2004, quando ancora la Juventus giocava al vecchio Stadio Delle Alpi:

“Non la scorderò mai. Durante la fase di riscaldamento mi è venuto un fortissimo attacco di panico, davanti a tutti. Nessuno si accorgeva di niente e questo mi faceva sentire ancora più solo”.
È lì, di fronte al baratro, che l’ex capitano della nazionale dimostra di essere davvero un campione. Fa un bel respiro, fa passare quei cinque minuti e decide che è l’ora di compiere la parata più importante:
“Mi sono detto: se molli adesso e scegli la scorciatoia, scegli di non giocare, lo farai ogni volta che sarai in difficoltà. Mi sono reso subito protagonista di una importantissima parata su Cozza, sullo 0 a 0. Alla fine abbiamo vinto noi. Quella parata ha rappresentato per me una scossa clamorosa, ha funzionato da elettroshock”.


Fonti:
http://www.goal.com/it/notizie/buffon-e-la-depressione-attacco-di-panico-contro-la-reggina/qg6tja0qi8qo1lvt7o3cz8hl5
https://www.huffingtonpost.it/2018/05/31/gigi-buffon-la-depressione-mi-chiedevo-perche-a-me-bello-ricco-e-famoso-un-quadro-di-chagall-mi-ha-dato-la-scossa_a_23447529/
http://www.ilgiornale.it/news/sport/buffon-e-i-suoi-demoni-ho-sofferto-depressione-e-attacchi-1535051.html