Il filosofo Vasco sprona a non gudicare il prossimo e cercare di calmare la mente

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Stamattina, appena sveglio ho cominciato a canticchiare una vecchia canzone di Vasco Rossi. Il titolo è Buoni o Cattivi, brano che ha dato il titolo all’omonimo album. Credo corresse l’anno 2004, in cui il Blasco fece un tour che culminò con il concerto record di Catanzaro, che vide la partecipazione di quasi mezzo milione di persone. Al di là che piaccia o meno l’artista – e si sa, Vasco o lo si odia o lo si ama – ho soffermato la mia attenzione sulle parole di quella canzone che ebbe molto successo, come sempre accade quando il rocker di Zocca sale in cattedra. Ebbene, all’epoca avevo 20 anni e, sinceramente non avevo mai prestato troppa attenzione al significato di quelle parole. Ora, invece, mi fanno pensare molto e credo che il significato di quel testo sia veramente profondo.
“Buoni o cattivi, non è la fine – canta Vasco -, prima c’è il giusto o sbagliato da sopportare,
che di per sé è maledetto, perché divide, mentre qui tutto dovrebbe solo unire”.
Apparentemente una frase senza grande significato. Invece, secondo me, vi è un grandissimo significato, dai tratti spirituali ed esoterici. Cerco di spiegarlo e chiedo scusa per il ritardo. Magari sono io che ci sono arrivato ora, dopo 14 anni, e tutto il resto d’Italia lo aveva già capito fin da subito! Il Vasco nazionale ha cercato di spiegare che il giudizio – quindi buono o cattivo, giusto o sbagliato – non va bene, è maledetto. Perchè? Perchè anziché unire, divide.
Chi ha letto anche solo qualche testo new age, o comunque di spiritualità, sa che siamo tutti interconnessi, tanto da formare un’unità, un’Uno. Siamo sì tutti individui separati, ma facciamo parte del Tutto. Più ci identifichiamo nell’individuo e giudichiamo gli altri, più ci stiamo separando dal Tutto, da Dio. Guarda caso, la sospensione del giudizio è anche un principio cardine delle varie religioni, compresa la nostra. Anche chi ha letto la Bibbia, sa che in Giovanni 10,30 questo principio è ripreso: “Io e il Padre siamo uno”. Mi piace questo acostamento, in quanto non è un tentativo di accostare il sacro – la Bibbia – al profano – Vasco Rossi e il suo rock. Il fatto è che, a mio avviso, il sacro e il profanovanno a braccetto, si intersecano, si completano. Un po’ come lo Yin e lo Yang nel Tao.
Anche chi si interessa di filosofia sa che Uno è un tema che è stato trattato in maniera esplicita da pensatori come Parmenide, Platone, Plotino, Cusano, nella scuola che va sotto il nome di neoplatonismo, ed infine Hegel. A grandi linee si può definire l’Uno come il principio indicante l’unità del Tutto.
Al di là dei suoi eccessi – alcool e droghe – e dei suoi atteggiamenti spesso sopra le righe – ma le righe chi le ha segnate?? – forse possiamo affermare che anche il tanto spesso vituperato Vasco, sia da considerarsi alla stregua di un filosofo. C’era un tempo in cui avevamo i poeti. Ora i poeti sono i nostri cantautori, moderni menestrelli che portano pillole di saggezza a chi sa coglierle. Qualche mese fa ho scritto un post in cui ho assimilato Caparezza ai filosofi. Non è un azzardo. Questi autori – che facciano parte di una logica neo-massonica o meno, non è importante – sono degli autentici filosofi, i filosofi moderni con i loro canali di divulgazione e con il loro pubblico.
A dire il vero, tornando alla canzone Buoni o Cattivi, leggendo la prima strofa, troviamo un’altra pillola New Age. Il cantautore emiliano, ci fa intendere che è buona cosa stoppare la mente, stoppare il cervello. Ma non è quello che ci insegnano le discipline orientali come il buddismo, con la meditazione? Quando Vasco canta:
“Si può spegnere ogni tanto il pensiero
Smettere almeno di crederci per davvero
E non essere più schiavi per lo meno
Di un’idea come di un’altra, di un mistero”

non si sta forse riferendo a cercare di fermare la mente che è il motore dell’ego, per sentire la nostra vera essenza, i messaggi della nostra anima? I buddisti zen lo sanno da centinaia di anni.

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Consulente in Naturopatia e Consulente Scientifico del Comportamento Alimentare ex art. 2222 e segg. c.c.