Ecco perché dovresti Essere piuttosto che Fare

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In Veneto, regione in cui sono nato e ho sempre vissuto, è radicato nella popolazione un immenso senso del dovere e una grande dedizione al lavor. Siamo abituati a fare; se non fai corri il rischio di essere etichettato come un nullafacente, uno che non ha voglia di fare. Corri il rischio di diventare come un “terrone”, e non me ne vogliano i meridionali che, sia chiaro, adoro e stimo con tutto il mio cuore. Anzi, credo che sotto molti aspetti, le persone che vivono più a sud – non solo in Italia, ma nel mondo in generale – abbiano sviluppato alcune doti, quali la gioia di vivere, la vita ad un ritmo più naturale, la tranquillità, l’attitudine al sorriso ed alla gioia, che al nord abbiamo scordato. Al nord è importante fare, al sud è più importante, forse, essere.
Ed è questo il focus dell’articolo di oggi. Essere è più importante di fare. Possiamo fare moltissime cose durante la giornata. Ma come le facciamo? E, soprattutto, perché? Le facciamo, forse, perché ci sono imposte dai costumi, dalla società, dai genitori, dalla televisione, dai mass media. Se ci analizziamo con profondo senso critico, ci accorgiamo che la maggior parte delle azioni che svolgiamo sono superflue per il nostro benessere.
Con questo articolo, voglio trasmettere questo concetto. Secondo me è più importante essere. Che significa? Quando siamo maggiormente connessi con la nostra anima, con la nostra essenza, vibriamo ad una differente frequenza. Siamo noi stessi, quindi la smania di fare svanisce e, con essa lo stress. Ciò non significa che ora non facciamo più nulla. Semplicemente, lo facciamo con un altro spirito. Facciamo, ora, ciò che è necessario e non ciò che è un obbligo, un’imposizione, uno stress.

È una sottile linea che separa quelli che sono due mondi nettamente distinti. Da una parte il mondo di chi agisce senza stress, cercando di svolgere le azioni che sono necessarie per lo svolgimento di una determinata realtà – lavorativa, familiare, ricreativa, spirituale che sia -, senza stress, senza forzature, senza competizioni con le persone, senza ego. Dall’altra il fare in modo stressato, senza nè cuore, nè anima, con l’unico scopo di nutrire il nostro ego e di dimostrare qualcosa a qualcuno.


Nei vari lavori che ho svolto, ho osservato molto il comportamento delle persone – ed il mio – durante l’orario di lavoro e ho notato come cambiamo completamente atteggiamento quando siamo “on”, ovvero durante l’orario di lavoro, rispetto a quando siamo “off”, ovvero quando siamo a riposo. Quando lavoriamo siamo molto più competitivi – nell’accezione non proprio positiva del termine – più egoici ed egocentrici, molto più seri e stressati, oltre che stressogeni. Molte volte ho osservato che cerchiamo di accentuare la fatica che stiamo facendo nello svolgimento di una determinata mansione. Ad esempio, se devo spostare una cassetta di frutta, posso agire in due modi. Il primo:posso sollevare la cassetta in maniera composta, piegando le ginocchia ma mantenendo la schiena dritta, per poi appoggiarla delicatamente nel punto desiderato, senza far rumore; probabilmente nessuno si accorgerà della mia azione e, i più malevoli, potranno insinuare che io non abbia spostato la cassetta e che non stia lavorando in maniera efficiente. Il secondo caso, può essere il seguente: raccolgo la cassetta in maniera evidente, magari sbuffando in modo evidente, per poi spostarmi a passi pesanti verso il punto in cui la voglio deporre, e farla cadere violentemente da un metro di altezza, in modo che tutti abbiano sentito che sto lavorando in maniera efficiente, in quanto sto facendo qualcosa e si è pure sentito, nel caso qualcuno non l’avesse notato. Nel caso non sia chiara la sottile differenza tra le due casistiche la spiego. Nel primo caso, la persona sta agendo in maniera meno egoica, per un interesse superiore al proprio, in quanto non è interessato al fatto che gli altri riconoscano che sta facendo qualcosa, piuttosto è interessato ad un fine superiore, che può essere quello dell’attività lavorativa che sta svolgendo, della famiglia o della comunità in cui sta vivendo, o qualsiasi altra situazione analoga. Non gli interessa ciò che pensano gli altri, nemmeno il capo. Lui sa che vuole fare il lavoro al meglio, senza aspettative di riconoscimento da parte di nessuno. La maggior parte delle persone, per gran parte della vita, credono che fare sia più importante di essere. A mio avviso, quando sei, il fare viene di conseguenza nella misura e nella modalità che sarà necessaria per un bene collettivo superiore al proprio ego personale.


Paolo Spoladore, ex prete che ora si occupa di crescita personale e anche di musica rock, visto che ha coniugato la musica moderna con i salmi e i canti della Bibbia, in uno dei suoi concerti a cui ho assistito, ha esortato il pubblico di non preoccuparsi di cosa sia giusto fare o non fare, ad un solo patto: “Qualunque cosa facciate, fatela da Dio!”. Questa frase mi ha elettrizzato. Molte volte la usiamo in maniera impropria. Credo che il reale significato, che lui intendeva trasmetterci fosse di agire, non per il nostro ego personale, ma bensì per uno scopo superiore, per Dio. Credo questa sia una prospettiva ammirevole da raggiungere: porre tutte le nostre azioni nelle mani di Dio. In questo modo non mancheremo il fatto di essere, piuttosto che di fare. Dio sa ciò che è più giusto per noi e per l’Universo intero, senza le deviazioni egoiche che l’essere umano pone a molti aspetti della propria vita.

Quindi ricordatevi, domani che tornerete a lavorare: fate ciò che dovete fare, ma fatelo da Dio! Spoladore dixit.

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Consulente in Naturopatia e Consulente Scientifico del Comportamento Alimentare ex art. 2222 e segg. c.c.